Ultima modifica: 13 Marzo 2018

Punti di luce: La donna nella Shoah a cura di Valentina Manzo

Non ci sarebbe stato forse miglior modo di celebrare la festa della donna del seminario al quale quest’anno, l’ 8 marzo, ho avuto il privilegio di partecipare. Il titolo, d’altronde, già dice tanto, forse tutto. Punti di luce: La donna nella Shoah .

Non ci sarebbe stato forse miglior modo di celebrare la festa della donna del seminario al quale quest’anno, l’ 8 marzo, ho avuto il privilegio di partecipare. Il titolo, d’altronde, già dice tanto, forse tutto. Punti di luce: La donna nella Shoah . Un concetto chiarissimo che ricorda a tutti, senza nessuna distinzione, che anche quando tutti i criteri della logica sembrano essersi rovesciati, quando la storia perde la bussola e tutto impazzisce, piaccia o no, le donne hanno sempre una marcia in più. Grazie alla loro fragilità, alla loro fantasia, alla loro intraprendenza, alla loro capacità di donarsi totalmente, sanno sempre illuminare quello che sembra destinato ad essere solo tenebra, dimostrando di essere capaci di inventare e reinventare la vita non soltanto a livello biologico. Non è difficile quindi intuire perché, in uno dei momenti più bui della storia, i pochi spiragli di luce, quelli che permettono di andare avanti nonostante tutto, possano essere venuti proprio da loro.

Questo il filo conduttore degli interventi che si sono succeduti per l’intera mattinata presso l’Auditorium Testori del Palazzo della Regione Lombardia, che hanno permesso diversi livelli di lettura.

Un primo livello è stato senza dubbio quello storico, emerso dall’intervento di Iael Nidam Orvieto, direttice dell’Istituto di ricerca Yad Vashem. Lo storico del futuro infatti dovrà certamente dedicare una parte importante alla donna ebrea, che ha sempre giocato un ruolo importante e determinante fin dalle prime fasi della persecuzione, influenzato a sua volta da quello che era il suo ruolo prima della guerra. Le donne, fin da subito, sanno fungere da sostegno per la loro famiglia, sfruttando qualla che, da alcuni dati forniti, sembra essere, in talune occasioni, una maggiore libertà di movimento. Sanno benissimo rimboccarsi le maniche, fare file interminabili per sopravvivere, portare aiuti, organizzare mense e attività culturali, creare forme di leadership alternativa (come i comitati di palazzo dei ghetti di Varsavia), talvolta convincere i giovani uomini della loro famiglia a scappare. Ne sono una testimonianza per tutte le 16 interviste di Cecilia Slepak, che mostrò come le donne nel ghetto di Varsavia facessero ogni sforzo di vivere lottando contro povertà, privazione di dignità e di diritti.

E nel periodo della deportazione, le donne, apparentemente prive di tutto, senza più famiglia né dignità, ci regalano alcune delle più belle testimonianze di fantasia, resistenza, amore universale. Di fronte alla morte di tutto ciò che hanno di più caro, sanno mantenere viva la speranza, inventare tra i morsi della fame immaginari inviti a cena tra amiche su pezzetti di carta trovati casualmente nel lager.

Il secondo livello di lettura, assai importante, è quello che è emerso nell’intervento di Roberta Ascarelli, presidentessa dell’Istituto di studi germanici: il ruolo della narrazione nella memoria. Partendo da Primo Levi e attraverso la citazione di opere come quelle di Lidia Beccaria Rolfi e Alessandra Chiappano, la relatrice ha messo in luce come, nella narrazione dei momenti storici più atroci e drammatici, l’intento letterario possa costruire in tutti una consapevolezza più forte in grado di dare un senso all’insensato, a tutte le privazioni. Una memoria collettiva costituita da tante storie individuali, un grande racconto che appunto trasformando il documento in letteratura concilia il “molto” e l’uno, l’orrore del numero e la singolarità delle storie.

L’intervento successivo,esempio lampante di questo concetto della narrazione che salva, è quello di Liliana Segre, nominata di recente senatore a vita, che ancora una volta ci regala la sua preziosa testimonianza. Dopo aver visto un mondo costruito a tavolino per la distruzione di un popolo, dopo aver conosciuto la storia e il coraggio di tante donne europee, dopo aver imparato a convivere coi distacchi, la donna racconta che una delle più grandi cose che rimane nella sua memoria è, alla fine, una storia semplice. Una storia che ha a che fare con un piccolo senso di colpa, in mezzo a tanti orrori vissuti senza colpa. Janine era un’ operaia ventenne nella fabbrica ad Auschwitz dove Liliana tredicenne prestava servizio come inserviente, ed era una delle poche persone con le quali la ragazzina avesse vissuto preziosi minuti di confidenza e amicizia nel momento più drammatico della sua vita. Ma Segre rimpiangerà sempre di non averla salutata per l’ultima volta, di non aver detto nulla quando aveva capito che la giovane amica non aveva superato la “selezione” nel campo e sarebbe stata immediatamente mandata a morte: era troppo impegnata, forse, a gioire per essersi ancora una volta, salvata. La tragedia di coloro che non sono riusciti a vivere la loro vita pienemente e a coltivare i loro sogni, stroncati da una morte precoce e assurda, rimarrà sempre negli occhi di chi è riuscito a sopravvivere, come una responsabilità.

Il quarto e ultimo intervento, invece, ci riporta al valore didattico delle testimonianze femminili, ed è affidato, in lingua inglese, a Birte Hewera, Responsabile Italian Desk dell’Istituto Yad Vashem. Con il riferimento a diversi siti, ai quali si farà riferimento in seguito, e con l’ausilio di alcuni esempi pratici, la relatrice ha messo in evidenza quali sono le domande che bisogna porsi quando ci si trova di fronte alle tracce che ci riportano a un tempo così disperato: quali forme di testimonianza esistono? In quale modo sono influenzate dal supporto? Quale funzione quindi possono avere, anche in ambito scolastico? Assai cambia ad esempio se si considera il punto di vista di chi sta raccontando: pensiamo alla “resistenza retroattiva”, con la quale gli esecutori materiali dello sterminio volevano cancellare le memorie degli ebrei. Molto si modifica anche se si considera il momento storico in cui i ricordi vengono espressi, se sono in “presa diretta” o a distanza di tempo; e ancor di più in considerazione del supporto tecnologico, se si passa ad esempio, dall’incontro personale alla documentazione digitale. A questo proposito, mi ha colpito molto il progetto “New dimensions in education”, un tentativo di ricostruire ologrammi dei testimoni, filmati con una piccola telecamera mentre rispondono a svariate domande sulle quali tra 20, 30, 50 anni i più giovani potranno ancora interrogarli. Certo un esprimento particolare e interessante, per capire in sostanza come continuare a scrivere e trasmettere la storia.

I lavori che hanno portato a questo seminario hanno condotto anche a una mostra itinerante che si può visitare fino a fine marzo presso il Memoriale della Shoah, con 30 pannelli espositivi; e per fortuna sono destinati ad essere ampliati e approfonditi in virtù della nascente collaborazione tra l’associazione Amici della Shoah e l’Istituto Yad Vashem, che sfocerà in una serie di incontri e seminari anche in Israele.

Vi lascio con alcuni riferimenti bibliografici e sitografici emersi durante i lavori:

BIBLIOGRAFIA

A.A. V.V., La deportazione femminile nei lager nazisti, Franco Angeli, Milano, 1995

Canetti, Elias, Massa e Potere, Rizzoli, Milano, I° ed. italiana , 1972.

Chiappano, Alessandra, Essere donne nei lager, Giuntina, Firenze, 2009

Ofer, Dalia, “Her View Through My Lens: Cecilia Slepak Studies Women in the Warsaw Ghetto,” originally published in Hebrew in Yalkut Moreshet, 75 (April 2003), pp. 111-130.

SITOGRAFIA

Voices of the Holocaust

http://voices.iit.edu/

Visual History Archive

https://sfi.usc. edu/vha

Witnesses and Education

http://www.yadvashem.org/yv/en/education/learning_environments/witnesses and education/index.asp

New Dimensions in Testimony

http://ict.usc.edu/prototypes/new-dimensions-in-testimony/