Ultima modifica: 24 Maggio 2018

Una nipote orgogliosa intervista il nonno che crede in un mondo migliore per tutti

Intervista al nonno

Di Nina Vari, 2C

Nina:        Tu hai lavorato con EMERGENCY, vero?

Nonno:    Sì, dalla sua fondazione, nel Maggio ’94, fino a tutto il 2011, quando sono andato in pensione.

Nina:        Più di sedici anni, tanto tempo! Ma cos’è e cosa fa Emergency, per chi non lo sapesse?

Nonno     E’ un’associazione privata, una Organizzazione Umanitaria che agisce senza finalità di lucro, cioè di guadagno. Nei Paesi poveri  in giro per iIl mondo, costruisce ospedali, cliniche, posti di primo soccorso – belli, puliti, accoglienti – dove cura gratuitamente chiunque ne abbia bisogno. Ma fa anche un’altra cosa, non meno importante: si oppone alla guerra, di cui in alcuni di quei paesi vede le vittime e gli orrori. E cerca in ogni modo di promuovere la pace e la solidarietà tra tutte le persone del mondo.

Nina           Ma tu sei veterinario, cosa facevi lì? Non mi dire che…

Nonno       No, tranquilla, non ho mai curato pazienti umani! Meglio un ospedale brutto e sporco che niente?  Dove mancano i medici, meglio un veterinario che nessuno? Emergency non ha mai ragionato così! Se tutte le persone sono uguali, tutti hanno diritto allo stesso rispetto e alla stessa considerazione, in ogni parte del mondo!

Nina          Ma allora qual era il tuo lavoro?

Nonno       Ah, ho fatto un po’ di tutto, mi usavano come una specie di jolly: raccolta fondi, conferenze pubbliche, visite ai nostri gruppi di volontari in tutta italia, formazione dei volontari nuovi…  Ma l’attività che  mi piaceva di più era quella che mi organizzava il nostro Ufficio Scuola: incontri con gli allievi di ogni ordine, dalla scuola materna alle Università più prestigiose, in tutta Italia e un paio di volte anche all’estero! Raccontavo quello che Emergency faceva, e perché lo faceva in quel modo “strano”:  gratuità, cure ad alto contenuto tecnologico, ambienti accoglienti, belli, confortevoli, giardini fioriti… Un modo che, soprattutto all’inizio, ben pochi condividevano.

Nina           Ma non sei mai stato nei vostri ospedali ?

Nonno       Sì, qualche volta. Un paio di volte in Afghanistan, dove il programma era molto grande con decine di progetti sparsi in tutto il paese e una volta in Sierra Leone, dove mi hanno mandato per la cerimonia di inaugurazione dell’ospedale di Freetown, con discorso in inglese davanti alle autorità locali! Ho cercato di ribellarmi, tu conosci il livello indecente del mio inglese! Ho dovuto portare con me tua madre, quella volta, che mi rivedesse grammatica e pronuncia. Ma il soggiorno più lungo è stato nell’ospedale di  Battambang, in Cambogia, durata prevista due mesi, che per varie ragioni sono diventati quattro. Il più lungo e quindi il più bello, perché ho potuto conoscere meglio il nostro personale locale e i nostri  pazienti  più piccoli, adorabili bambini e ragazzini. A parte qualche incarico specifico, il mio compito era sempre quello di controllo su come procedesse il programma e di raccolta di foto e storie con relativi articoli che inviavo a Milano per il giornale dell’Associazione.

Nina          Sembra che le tue esperienze ti siano proprio piaciute…

Nonno      E’ dire poco. Ho lavorato a lungo per grandi Aziende del  farmaco, tutte ugualmente e unicamente orientate a massimizzare utili e guadagni. Ho finito per odiare il mio  lavoro. Puoi immaginare la soddisfazione nel   cominciare una vita tutta nuova, con la sensazione di fare finalmente, ogni giorno, cose utili e giuste.  E’ stato appassionante.

Nina          Bene, ti ringrazio. C’è qualcosa che vorresti dire per chiudere ai ragazzi della mia scuola?

Nonno       Impegnativo, ci provo.Troverete molta gente che vi dirà che il nostro mondo, con le sue guerre, le sue ingiustizie, i suoi privilegi e il suo benessere riservati a pochi, è tuttavia l’unico mondo possibile. Non fatevi convincere, non ci credete! Ho visto cambiare le persone, in Afghanistan, Cambogia, Sierra Leone, Sudan, Iraq… E con esse ho visto letteralmente cambiare piccole e grandi realtà locali, pezzetti di mondo. Un mondo migliore è possibile, ognuno di noi può fare qualcosa per ottenerlo. Bisogna crederci.

Io ci credo.